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La costruzione della coppia e il “vero amore” – Parte seconda

La costruzione della coppia e il “vero amore” - Parte seconda

L’innamoramento

E’ probabile che almeno una volta nella vita ognuno di noi si sia sentito innamorato. Ce ne rendiamo conto osservando una serie di atteggiamenti che sconvolgono il nostro abituale modo di sentire e di pensare.

Così, ad esempio, durante la fase dell’innamoramento accade che:

  • vediamo l’altra persona come unica e speciale e la nostra attenzione è così focalizzata su di lui/lei che difficilmente potremmo contemporaneamente innamorarci di qualcun altro o noteremmo altre persone;
  • tendiamo a vedere soprattutto i pregi dell’altro e, quanto ai difetti, o li ignoriamo o li valutiamo benevolmente o addirittura in positivo;
  • proviamo emozioni intense e un senso di gradevole esaltazione ed euforia;
  • abbiamo meno bisogno di sonno o di cibo e in presenza dell’amato/amata sentiamo il cuore battere più in fretta;
  • non riusciamo a pensare ad altro che a lui/lei, in modo quasi ossessivo;
  • potremmo anche sviluppare atteggiamenti di possessività, gelosia o paura del rifiuto in situazioni di concorrenza percepita.

In sintesi la nostra vita sembra ruotare tutta sul momento in cui potremo godere della sua presenza poiché il nostro più forte desiderio è quello di condividere intensi momenti di unione emotiva, e lo stesso desiderio sessuale diviene meno importante del sentirsi tutt’uno con l’altra persona.

Si potrebbe dire che l’innamoramento ci fa rivivere l’esperienza primordiale della vita intrauterina, un’esperienza di cui non abbiamo un ricordo cosciente, ma che è iscritta nel nostro corpo.

Ci trovavamo infatti nella condizione ideale di fusione in cui l’Altro, la madre, era in perfetta sintonia con i nostri bisogni ed in grado di appagarli e vivevamo l’esperienza irripetibile di essere accolti a amati senza condizioni.

Pertanto la situazione descritta è emotivamente simile alla condizione di chi è innamorato.

Si può affermare così che la “prima relazione di coppia” è quella fra la madre e il bambino, una relazione simbiotica destinata ad evolversi in un lungo e faticoso cammino che la  Mahler definisce come “processo di separazione-individuazione“.

Il primo passo di questo percorso consiste nel riconoscimento che la madre ed il Sé sono entità differenziate, e solo grazie a questo riconoscimento il bambino può creare il suo senso dell’”Io sono”.

In genere ci si innamora di persone complementari a noi, talvolta simili, altre volte completamente diverse.

Ma perché ci innamoriamo e che cosa accade dentro di noi dal punto di vista psicofisiologico quando siamo innamorati?

Vediamo ora quali sono i meccanismi psicologici coinvolti nell’innamoramento. Tra questi citiamo innanzitutto la proiezione.

Si tratta della tendenza ad attribuire al partner un insieme di caratteristiche sia positive che negative che in realtà appartengono solo al nostro immaginario perché sembrano rispondere perfettamente ai nostri bisogni.

Si tratta di elementi quali modi di pensare, sentimenti, impulsi e altro ancora, che danno una risposta a parti di noi non realizzate o in cerca di soddisfazione.

Naturalmente nella fase dell’innamoramento, si proietteranno più spesso le caratteristiche positive che quelle negative, di conseguenza la nostra visione dell’altro sarà deformata e potrà risulterà più o meno distante da quella reale.

In virtù del processo di idealizzazione, ci sentiamo innamorati non della persona del partner per come essa è, ma come la desideriamo e immaginiamo che sia: un individuo quasi perfetto ed eccezionale, l’unico capace di apprezzarci e capirci davvero.

In ogni caso, come per ognuno di noi c’è stato il distacco dalla madre al momento della nascita, quando siamo stati costretti a lasciare il paradiso terrestre dell’utero materno per cominciare la nostra vita separata, allo stesso modo, quando finisce l’innamoramento, siamo costretti a fare i conti con la realtà e ci accorgiamo che non possiamo più essere il centro assoluto dell’interesse dell’altro e che siamo noi responsabili di trovare il modo di soddisfare le nostre necessità.

Quando la precedente idealizzazione è stata fatta da persone mature ed evolute psicologicamente, essa si baserà su aspetti veramente posseduti dal partner o che non sono troppo lontani dal suo modo di essere reale, ma nel caso di persone soggette a difficoltà in campo affettivo e relazionale, le caratteristiche attribuite all’altro possono essere del tutto irrealistiche.

La differenza tra i due tipi di persone diventerà evidente soprattutto quando la fase dell’innamoramento avrà fine.

Infatti le persone più mature riusciranno a mantenere il loro coinvolgimento e interesse per il partner perché la loro idealizzazione aveva comunque un fondamento nella realtà.

Le persone più immature sperimenteranno una fase di svalutazione dell’altro, legata al crollo della falsa immagine che si erano costruita di lui/lei.

Ciò accade più frequentemente in presenza di disturbi di personalità, quali il disturbo borderline ed il disturbo narcisistico, che possono condurre alla fine della relazione in modi penosi, rancorosi e sgradevoli.

Il modo in cui, dopo la nascita, siamo stati aiutati ad elaborare la perdita iniziale di fusione con la madre e ad integrare la  ferita della separazione, condizionerà in buona misura la nostra capacità di vivere la relazione.

Se la madre, attraverso le sue cure e la sua sensibilità, sarà stata sufficientemente capace di aiutare il piccolo a superare il trauma del distacco, il bambino crescerà con la convinzione di essere una persona degna d’amore, un processo che gli psicanalisti definiscono come ‘interiorizzazione di un oggetto buono’.

Tale convinzione sarà la base su cui costruire il suo senso di valore  e la fiducia verso se stessi e gli altri.

Se invece la madre non fornisce attenzioni e cure abbastanza adeguate, il piccolo si costruirà una visione di sé negativa, convincendosi che c’è qualcosa di sbagliato in lui e  che è colpa sua se non riceve il giusto amore di cui ha bisogno.

In età adulta potrà andare incontro a forme di Dipendenza affettiva basate su tale auto-svalutazione.

Dipendenza affettiva” è il termine usato per la prima volta dallo psicoanalista Fenichel nel 1945, per indicare l’amore-dipendente.

Tale autore si riferiva a persone per le quali il bisogno d’amore è da considerasi come una vera e propria dipendenza, simile a quella dall’alcool o dalla droga.

Chi ne è affetto, essendo privo di autostima, sceglierà un partner al quale appoggiarsi per soddisfare le sue aspettative di accudimento, ritenendosi incapace di darsi da solo ciò di cui sente il bisogno.

Egli desidera la fusione con l’altro per darsi un  qualche valore, così partirà alla ricerca dell’amore a tutti i costi, dato che per lui/lei il partner è l’unica possibilità di trovare gratificazione e sostegno emotivo.

La persona con Dipendenza affettiva pretende amore, ma non è capace di darlo e manca una vera reciprocità.

Usa il  legame come una stampella, una base di sicurezza per se stesso, infatti sperimenta  sensazioni di euforia e benessere in presenza del partner, ma non riesce a tollerare a lungo la sua assenza che, se protratta,  può portare a una vera e propria crisi di astinenza anche con sintomi fisici.

Continua a scegliere partner frustranti e non adatti a colmare il suo vuoto e capita spesso che il suo compagno/a si allontani da lui/lei per sfuggire alla sua richiesta pressante ed esagerata di un amore senza limiti.

Benché la persona con Dipendenza affettiva si renda conto del fatto che il suo modo di impostare il rapporto la rende infelice, non riesce a liberarsene.

La dipendenza affettiva si riscontra soprattutto nella donna che tradizionalmente è sempre stata considerata più debole, e dalla quale la società si aspettava che fosse dedita soprattutto alla cura, al sostegno ed agli affetti.

Secondo la psicoterapeuta nordamericana R. Norwood, specializzata in terapia della famiglia, questa definizione del ruolo femminile è diventata per alcune donne un dovere assoluto portandole ad amare  in maniera eccessiva.

Questa autrice ha paragonato la “dipendenza affettiva” ad altri tipi di dipendenza, ritenendo che anch’essa  debba essere curata con una vera e propria terapia.

La Norwood rintraccia una possibile spiegazione della dipendenza nelle precedenti relazioni dell’individuo e nella sua famiglia d’origine.

L’Autrice sostiene, infatti che quando una donna ama si riscontra una notevole corrispondenza tra i modelli di comportamento della sua famiglia e quelli del suo partner e che essa cerca inconsciamente nel cercare nella relazione il superamento di situazioni dolorose del passato.

In base alla visione psicoanalitica di Fairbairn (1952) la dipendenza infantile è caratterizzata dall’incapacità di differenziarsi completamente dall’altro e dalla necessità  di affidarsi totalmente al mondo esterno per ricevere cure senza dare niente in cambio, mentre la dipendenza matura consiste nella capacità, da parte di un individuo differenziato, di instaurare un rapporto di cooperazione paritaria  con altri individui  differenziati.

Se l’attaccamento è un bisogno naturale primario, indispensabile nelle prime fasi della vita, non necessariamente dovrà divenire patologico o sfociare in una dipendenza.

Il processo di separazione-individuazione  porta progressivamente ogni persona ad acquisire il suo senso dell’essere, fino al momento in cui essa si percepisce come differenziata e separata e si sente pronta ad  unirsi ad un’altra persona considerata parimenti un individuo separato a sé stante.

Chi è a buon punto in questo processo riuscirà a meglio gestire la disillusione quando,  alla fine della fase dell’innamoramento, comincerà a vedere i limiti del parter per avviarsi alla successiva fase di costruzione di una vita di coppia più matura.

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8 Commenti
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