Crisi della coppia e separazione – Parte seconda

Aspetti psicologici ed emotivi della separazione/divorzio

La decisione di separarsi di solito viene presa quando uno o entrambi i partner vogliono mettere fine ad una situazione di conflitto dolorosa e insostenibile  e c’è la speranza che tale scelta permetterà  loro di migliorare la qualità della loro vita e di poter essere di nuovo felici.

In genere la separazione legale è preceduta da un periodo di separazione emotiva dei coniugi che trasforma progressivamente i legami psicologici tra di loro fino alla rottura vera e propria. Non sempre entrambi percorrono le tappe di tale processo negli stessi modi e alla stessa velocità.

Accade spesso che chi richiede la separazione sia più autonomo e pertanto si mostri più capace dell’altro nell’elaborazione del distacco. Al contrario chi subisce la richiesta di separazione in genere rimane emotivamente coinvolto più a lungo, vive  la situazione  come un fallimento personale o un affronto immeritato  e non riesce a superare facilmente tale  frattura.  La sua esperienza è molto simile a quella del lutto e come tale include varie fasi che potremmo definire normali e fisiologiche.

In un primo momento  di negazione  il coniuge che viene lasciato non accetta la realtà e cerca in ogni modo di recuperare il rapporto incrinato. Spesso i figli sono incaricati di fare da tramite, chiedendo loro di essere messaggeri di  riappacificazione  per instillare nel partner sensi di colpa. Altre volte, preso da disperazione e  una forte angoscia, colui che è lasciato sceglie di mostrarsi debole ed è  disposto ad implorare  affinché l’altro rivaluti la decisione e torni sui suoi passi.

Quando ci si rende conto del fallimento di ogni tentativo e si diventa consapevoli che la fine del rapporto è inevitabile, si entra nella fase della resistenza in cui la disperazione può tramutarsi in odio e  desiderio di punizione e di vendetta. Può darsi che si trattenga dentro di sé la rabbia  per l’abbandono subito, oppure si potrà riversarla sul partner diventando vendicativi. Si userà la rabbia per mantenere a tutti i costi il legame, alternando alle implorazioni accuse continue, ricatti, inganni e altre azioni meschine, oppure rendendo il tutto più difficile con il rifiuto di concedere la separazione. Talvolta la rabbia può essere rivolta non solo al partner, ma anche a se stessi o ad altri che riteniamo corresponsabili dell’abbandono.

Un modo più utile per gestire queste emozioni tossiche è quello  di esprimerle  scrivendo,  cercando nel contempo di capire da dove deriva la rabbia e quali sono le sue ragioni più profonde. Tale azione espressiva non è rivolta ad un destinatario esterno, ma è un mezzo che possiamo usare per buttar fuori i nostri sentimenti  feriti e avviare un primo passo distaccarcene.

Nella fase successiva di patteggiamento, l’individuo prende atto che il processo di rottura è ormai irreversibile. Si arrovella sui suoi eventuali errori e si   chiede se avrebbe potuto agire diversamente e impedire il fallimento relazionale. A un certo punto alle ruminazioni si sostituiscono  l’amarezza, la delusione, il rimpianto, lo  scoraggiamento e una tristezza profonda, emozioni che indicano  il passaggio a una fase di depressione.

Per il superamento di questa fase è necessario non lottare contro il dolore, infatti  tale emozione non va allontanata ma deve essere accettata e lasciata fluire. Non aiuta  ignorare la sofferenza buttandosi a capofitto nelle incombenze quotidiane o evitando di pensare al partner che ci ha lasciato o alle esperienze vissute con lui/lei. E’ più utile vivere  il  nostro dolore e i nostri ricordi  per poterli gradualmente superare e farci pace.

 

Infine, quando il lutto viene elaborato, entriamo nella fase dell’accettazione. L’intensità dei penosi  sentimenti legati all’abbandono diminuisce, la persona riesce finalmente a rimettere in moto la sua vita e  a progettare un nuovo futuro senza il partner. E’ il momento della ricostruzione, in cui diventiamo l’unica persona indispensabile a noi stessi e possiamo affrontare nuovi modi di vita e nuove esperienze.

Possibili reazioni poco sane alla separazione/divorzio

Talvolta le fasi del lutto sopra descritte non si svolgono in modo sano.

Quando uno dei due non riesce a completare il processo di separazione emotiva in tempi ragionevoli, ciò comporterà il permanere di sensi di colpa o una collera ingovernabile che favorirà dinamiche conflittuali molto dannose.

Alcuni continueranno ad illudersi e a sperare o si rinchiuderanno in se stessi in uno stato di profonda prostrazione, sottraendosi alle proprie responsabilità tramite l’isolamento, l’estraniazione e la delega. Altri non riusciranno ad elaborare e gestire la rabbia e diventeranno persecutori dell’ex coniuge.

I sintesi la persona che rimane legata al passato, durante la separazione e dopo la sua definitiva conclusione può reagire con comportamenti distruttivi che possiamo raggruppare in 4 tipologie:

  1. azioni di vendetta;
  2. comportamenti che innescano una continua competizione;
  3. azioni riparative che consentono l’espiazione o l’autoassoluzione per gli errori commessi;
  4. atteggiamenti di passività e vittimismo

Esaminiamoli più in dettaglio

1.  Chi cerca vendetta non si limita ad esprimere il naturale sentimento di rabbia connesso all’abbandono, ma mette questa emozione al centro della sua vita. Tutto ruota intorno al “fargliela pagare” anche a costo di farlo con modalità che si traducono in un danno anche per se stessi. Il suo scopo è la distruzione dell’altro.

Un metodo molto comune è quello di cercare di tirare i figli dalla propria parte. C’è chi lo fa in modi rozzi ed espliciti con definizioni volgari e squalificanti del coniuge in presenza dei figli e chi lo fa in modi sotterranei, con affermazioni ambigue e contraddittorie del tipo “voi dovrete sempre amare vostro padre, anche se proprio non lo merita”.

Se i figli rifiutano di parteggiare per il genitore che cerca vendetta, vanno incontro a continue pressioni in tal senso che rendono loro la vita difficile e il clima pesante.

Quando invece accettano l’alleanza con il genitore vendicativo, sono indotti a fare propri giudizi molto severi e rigidi riguardo all’altro genitore. Ne consegue che da un lato devono diventare essi stessi impeccabili, dato che non si può condannare qualcuno se si mostrano analoghe debolezze e difetti, dall’altro si è costretti a contrastare i naturali sentimenti di attaccamento per il genitore ripudiato diventando così più fragili e vulnerabili.

Quando i figli sono sottoposti a questo tipo di esperienze andranno incontro a un disturbo psicologico definito come “sindrome di alienazione genitoriale”.

Un altro modo di vendicarsi è quello dell’ambito economico.

E’ il caso di colui che deve sostenere il maggiore onere finanziario a seguito della separazione e che non corrisponde il legittimo contributo per il mantenimento. Magari lo fa, ma con ritardi inaccettabili, o se ne va da casa e si disinteressa completamente dei propri obblighi familiari scaricandoli totalmente sull’ex partner.

E’ un gioco sporco e riprovevole, favorito in parte dai tempi lunghissimi della giustizia civile. Questo tipo di vendetta può concretizzarsi anche in un’ipotesi di reato ai sensi dell’art. 570 del Codice Penale e in tal caso l’avvio di una causa penale può costituire un buon deterrente per arginare un tale comportamento abbietto.

Se invece la vendetta è perpetrata dal coniuge affidatario dei figli ed economicamente più debole, essa può consistere nel pretendere dall’altro un tenore di vita più elevato possibile con richieste esagerate o pretestuose di contributi spesa straordinari.

Quando si va incontro a separazioni dall’iter giudiziario interminabile, con l’intervanto di avvocati, consulenti di parte, querele, denunce reciproche e via di seguito, tutto ciò implica un grave carico emotivo per i figli, senza alcuna  considerazione per i loro bisogni di legame, di sicurezza e sostegno.

Per contrastare il desiderio di vendetta, un intervento di tipo psicologico può aiutare a capire  quali sono le emozioni e i pensieri che l’alimentano. Si possono poi scegliere modi più sani per gestire la rabbia orientando le proprie energie all’autoaffermazione e all’autorealizzazione.

2. Chi innesca un’interminabile competizione cerca la sconfitta morale dell’ex partner, vuole dimostrare a tutti la sua superiorità e continua a sottolineare con chiunque i suoi difetti in modo eccessivo e martellante tanto che l’egoismo, l’incapacità e le inadempienze del partner diventano l’argomento principale delle sue conversazioni con parenti, amici e conoscenti. Chi assume questa posizione è incapace di considerare il suo possibile contributo e responsabilità nel fallimento del rapporto e ha una bassa autostima dato che ha necessità di darsi valore abbassando l’altro.

Purtroppo tale atteggiamento competitivo è spesso presente in entrambi i coniugi e può anche ricadere sui figli. Questo accade quando i si mettono a discutere in loro su chi ha ragione e chi ha torto riguardo a una  scelta educativa che li riguarda, volendo ciascuno dei due imporre all’altro la sua posizione come la più corretta in quel momento.  Se questa è la modalità di relazione prevalente tra i due, il giudice potrebbe non ritenere opportuno l’affido condiviso dei figli.

 3. Chi reagisce alla separazione con azioni riparative è mosso dal terrore di poter essere responsabile di qualcosa che fa soffrire altre persone. Riconoscere di averlo fatto comunque distruggerebbe l’immagine di valore e di perfezione che ha di se stesso. Non tollera l’idea di poter causare un’ingiusta sofferenza al partner o ai figli.

Se è colui che ha intrapreso la via della separazione, potrebbe essere disposto a sborsare un assegno di mantenimento anche più cospicuo del dovuto cercando anche di dare il massimo di ogni cosa ai figli per espiare le sue colpe.  Non vuole sentirsi colpevole e questo il suo atteggiamento riparativo è un  modo per lavarsi la coscienza. Ha continuo bisogno di conferma dagli altri della correttezza delle sue azioni e comprime tanto le sue necessità fino al punto di avere occasionali esplosioni emotive dovute alle eccessive restrizioni che si impone.

Il rimedio a questa posizione è in realtà riconoscere che ogni scelta comporta conseguenze in parte positive e in parte negative, ammettere i propri limiti e responsabilità senza mettere in atto azioni compensative poco sane (per esempio il dare troppo ai figli per il senso di colpa non è certo nel loro interesse).

4. Chi fa la vittima si pone in una posizione di totale passività. Sente di non poter fare nulla autonomamente, assiste impotente alle azioni dell’altro limitandosi a lamentarsi per la sua sofferenza. A volte cade in depressione, altre volte cerca di annegare il dolore nell’ alcool o altre sostanze, altre volte ancora trasformala sofferenza in somatizzazioni di vario genere che alimentano ulteriormente la sua infelicità. In questi casi è certamente indicato un percorso psicologico dato che la persona difficilmente trova in se il desiderio di agire per rialzarsi.

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